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LE CONSEGUENZE COMPORTAMENTALI DEL DIGIUNO

Il digiuno è ritenuti da alcuni esempio di ascetismo, di purificazione fisica e spirituale; da altri una pericolosa “scorciatoia” per perdere peso dai risultati controversi… Quali le conseguenze comportamentali e psicologiche? Vediamole insieme.

Circola in rete in questi ultimi mesi quella che è nota come la “dieta mima-digiuno” un regime alimentare che sembra vantare studi scientifici ad hoc e che mira a riequilibrare l’organismo con un piano alimentare volto a stimolare sul corpo gli stessi effetti di un digiuno prolungato. Giusto sbagliato? Lasciamo naturalmente a dietologi e nutrizionisti la competenza per esprimere opinioni mediche al riguardo.

Quello che rimane comunque interessante, sul piano psicologico, è il notevole interesse mediatico che tale proposta ha suscitato soprattutto in tv e sul web, interesse sollecitato forse da aspettative differenti rispetto alle reali finalità con le quali questa dieta è stata studiata. Il digiuno come comportamento apparentemente “contro-natura” seduce e affascina, ma con quali risultati? Vediamo quali possono essere le conseguenze comportamentali e psicologiche.

 

Le conseguenze comportamentali del digiuno: la ricerca di una scorciatoia

Uno dei motivi per i quali simili proposte di “digiuni terapeutici” riscuotono molto successo sembra essere quello di ritenerli una sorta di “scorciatoie” per perdere peso, riequilibrare il piano alimentare e ripristinare la salute. L’aspettativa alla base di questo successo mediatico sembra essere un po’ quella delle diete restrittive, i famosi “7 chili in 7 giorni”: l’illusione che qualcosa – un regime alimentare appunto – farà perdere il peso in eccesso rapidamente e con minimo sforzo.

Eppure, nella maggior parte dei casi, esercitare un prolungato autocontrollo sul desiderio di mangiare può essere controproducente e portare a risultati paradossali. Le conseguenze comportamentali infatti possono tradire enormemente anche i propositi migliori.

 

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Studi sperimentali sulle conseguenza del digiuno

Quello che fa una dieta restrittiva o un digiuno è di porre l’organismo in una prolungata condizione di bisogno non soddisfatto di cibo. Condizione questa di per sé innaturale, tant’è che per riuscirci è necessario esercitare un certo autocontrollo impiegando parte delle proprie energie mentali in uno sforzo cognitivo finalizzato a reprimere l’impulso a mangiare.

I risultati? Si è più vulnerabili alla disregolazione alimentare soprattutto in caso di stress e ad incorrere in altri comportamenti compulsivi. Uno studio “ante litteram” al riguardo è quello condotto negli anni ’50 da Ancel Keys dell’Università del Minnesota che studiò sperimentalmente le conseguenze comportamentali del digiuno in un gruppo di soggetti appositamente sottoposti ad un regime alimentare restrittivo.

Benché si trattasse di persone psicologicamente sane e esenti da disturbi alimentari psicogeni, tali soggetti tendevano a riproporre nel tempo forme di pensiero e di comportamento affini a quelle di coloro che hanno un disturbo alimentare. Ad esempio il cibo diventava un pensiero costante, ossessivo così come la minuziosa preparazione del (misero) pasto che potevano concedersi (sminuzzare, inserire molte spezie etc) tutti piccoli “rituali” che tendevano a prolungarne la durata e che ritroviamo anche nelle condotte delle persone con problemi di anoressia.

Inoltre, come avrebbero confermato studi successivi, queste persone erano più soggette a “trasgredire” il regime alimentare cadendo nell’opposto cioè in un’iperalimentazione incontrollata.

 

Le conseguenze comportamentali del digiuno: un circolo vizioso

Un altro effetto paradosso del digiuno e della restrizione alimentare – che concorre in parte a spiegare alcune conseguenze comportamentali come la disregolazione alimentare – è anche quello della perdita di contatto con le proprie sensazioni interne. Esercitare cronicamente un’inibizione cognitiva del proprio impulso a mangiare distoglie attenzione dalle reali sensazioni fisiche di fame e sazietà rendendo ancor più difficile per la persona essere in grado di autoregolare in maniera equilibrata il proprio comportamento. La conseguenza è quella di un processo dove fasi di restrizione e perdita di controllo possono alternarsi rinforzando un vero e proprio circolo vizioso.

 

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