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DIETE FALLIMENTARI: 4 MOTIVI PER CUI NON RIUSCIAMO A DIMAGRIRE

La dieta è per molte persone foriera di delusioni… Eppure nonostante precedenti esperienze fallimentari, ogni anno rinnoviamo i buoni propositi ripetendo un ciclo che sembra non cambiare mai. Come mai accade questo?

Molti studi lo confermano: spesso una dieta risulta efficace a breve termine, ma fallisce nel lungo periodo portando ben presto a riguadagnare il peso perduto (Heatherton, Polivy e Herman, 1991; Heatherton, Mahamedi, Striepe, Field e Keel; 1997).

L’inizio del nuovo anno o i mesi precedenti le vacanze estive sono i periodi in cui più spesso si rinnovano i buoni propositi, specie quelli relativi a comportamenti per la salute come cambiare alimentazione e mettersi a dieta.

La percentuale di fallimenti e delusioni nel medio/lungo periodo è elevatissima ma, nonostante questo, le persone sono disposte e riprovare più e più volte. Come mai?

 

Dieta e delusioni: il “ciclo della falsa speranza”

Questo comportamento ripetitivo, di dieta e delusioni, è stato osservato da alcuni psicologi che lo hanno ribattezzato come “ciclo della falsa speranza” (Polivy, 2001; 2002). Che cosa vuol dire?

Le persone, nel mettersi a dieta (o nel porsi altri buoni propositi), si pongono obiettivi di cambiamento difficili, spesso irrealistici senza riconoscerli come tali.

Tentano, infatti, di liberarsi da un comportamento indesiderabile ma altamente gratificante (ad esempio il consumo di comfort food) in modi spesso molto drastici (si pensi a una dieta restrittiva).

Sebbene possano raggiungere alcuni progressi iniziali, a lungo termine non riescono a raggiungere il proprio obiettivo andando incontro a immancabili delusioni. Dopo aver fallito, interpretano il fallimento dicendo a se stesse che con qualche aggiustamento il successo sarà a portata di mano convincendosi si essere in realtà “vicini” alla meta.

Sarà sufficiente impiegare più forza di volontà o trovare la “dieta giusta” e tutto andrà per il meglio! Questo ciclo può ripetersi indefinitamente senza che si mettano in discussione le premesse su cui si basa la strategia adottata.

 

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Perché i tentativi di dieta falliscono?

Se la dieta all’inizio ha successo, perché nel lungo periodo porta spesso a delle delusioni? Probabilmente perché ci si è posti obiettivi irrealistici attendendosi un cambiamento drastico e… “magico”!

Secondo gli psicologi che hanno teorizzato il circuito della falsa speranza infatti, il fallimento di molte diete sarebbe da attribuire a 4 principali fattori, ognuno collegato a un’irrealistica aspettativa su di sé.

 

  1. Quantità: Le persone spesso ritengono di poter cambiare più di quanto non sia realisticamente possibile. Questo porta loro a rifiutare, o a interpretare come fallimentari, il raggiungimento di obiettivi più modesti e “realistici”. Perdere ad esempio 2 chili può essere interpretato come un piccolo successo o una grande delusione: tutto dipende dagli obiettivi (non solo a lungo ma anche a breve termine) che ci si era posti! Come dire: il meglio è nemico del bene!
  2. Velocità: Le persone, cadendo in un vero e proprio pregiudizio ottimistico (Buehler, Griffin e Ross, 1994), spesso prevedono che cambieranno più rapidamente di quanto sia possibile.
  3. Facilità: Le persone ritengono che i cambiamenti che desiderano siano più fattibili o più facili da raggiungere di quanto spesso non sia. A questo concorre anche il marketing delle diete veicolate molto spesso come “facili e indolori”. Mai, inoltre, tentare di modificare un comportamento alimentare mentre si è alle prese con un altro obiettivo di cambiamento (es. smettere di fumare) o un periodo di forte stress.

Il quarto effetto, invece è secondario.

 

La dieta risolverà tutti i nostri problemi?

Effetti secondari: Le persone, infine, si aspettano spesso (in modi più o meno espliciti) che un cambiamento alimentare migliorerà le loro vite più di quanto possano ragionevolmente aspettarsi.

Ad esempio, le persone credono non solo che una dieta si tradurrà in perdita di peso ma che a sua volta la perdita di peso farà ottenere loro una promozione di lavoro o una relazione sentimentale soddisfacente.

Ma non solo: le persone possono attendersi anche benefici interni immaginando che una riduzione del peso (e quindi della forma fisica) modificherà anche alcune loro caratteristiche personali trasformandoli ad esempio da persone auto-indulgenti, pigre, irresponsabili e immorali a persone dotate di autocontrollo, determinazione, ambizione e successo nella vita (Polivy & Herman, 1992).

Tanto persone della popolazione non clinica, quanto persone con disturbi alimentari, sono convinte che la magrezza produrrà un miglioramento di sé generalizzato, che la riduzione del peso corporeo risolverà tutti i loro problemi (Hohlstein, Smith e Atlas, 1998).

Queste aspettative si rivelano per lo più infondate (Brownell, 1991). D’altro canto sia i mass media che il mercato delle diete last minute o dei manuali di self help incoraggiano le persone a ridurre il proprio peso corporeo per migliorare le loro vite promettendo dimagrimenti facili e veloci come strada per il successo.

 

Le delusioni della dieta: obiettivi utili o iatrogeni?

“Posso resistere a tutto, ma non alle tentazioni” diceva Oscar Wilde… Il modo in cui si inquadrano gli obiettivi di una dieta può contribuire al loro fallimento.

Ci si focalizza spesso sulle carenze interne all’individuo e conseguentemente sul dover eliminare cosa non va. La negazione/proibizione genera conflitto e stress rendendo le persone ancor più vulnerabili a cedere alla tentazione (Wenzlaff e Wegner, 2000).

Se il successo è identificato con il saper resistere alla tentazione, ogni trasgressione sarà vissuta come un fallimento. Questo è vero soprattutto nelle diete restrittive che portano ad un sovraccarico di stress sia fisico che mentale rendendo la persona paradossalmente ancor più vulnerabile a perdere il controllo della propria alimentazione.

Le diete o altri intenti di cambiamento avrebbero più successo se le persone concepissero i loro obiettivi in termini positivi piuttosto che proibitivi (Cochran & Tesser, 1996).

 

Perché le persone ci riprovano di nuovo?

Diversi fattori dunque portano le persone a tentare nuovamente una dieta, nonostante le precedenti delusioni:

  • Un’interpretazione “ottimistica” dei fallimenti precedenti che non consente di rimettere in discussione obiettivi e/o strategie adottate.
  • I benefici secondari associati alla riuscita di una dieta ma non correlati ad essa (attrattività, salute e successo sociale e professionale ecc. Ma davvero dimagrire può essere un cambiamento che da solo consente di risolvere tutti i problemi?).
  • L’ “euforia del nuovo inizio” che porta, nelle prime fasi della dieta, a percepire un aumentato senso di autoefficacia e controllo personale. Questa sensazione sembra funzionare da rinforzo positivo rendendo attraente l’idea di iniziare nuovamente una dieta a prescindere da fallimenti e delusioni precedenti.

 

Aspettative realistiche e senso di autoefficacia

Le conseguenze di queste cicliche delusioni possono essere un calo dell’autostima, sensi di colpa e senso di impotenza appresa che man mano vanno a minare la percezione di autoefficacia.

Il cambiamento di un comportamento, abitudine, stile di vita – come una dieta che non sia solo finalizzata alla “prova costume” – sembra richiedere uno sforzo maggiore di quello che a prima vista si ritiene necessario.

E’ necessario porsi obiettivi realistici ed effettuare una valutazione realistica del grado di difficoltà e di quali benefici si otterranno se l’obiettivo verrà raggiunto. È opportuno inoltre tener presente che nessun cambiamento avviene attraverso un percorso lineare, ma rappresenta un processo costellato di continui passi indietro e in avanti in cui si ha bisogno di mantenere e rinnovare continuamente le proprie motivazioni (soggette a mutare nel tempo) e di porsi obiettivi realistici poiché aspettative troppo elevate sugli esiti di una dieta possono essere dannose per il senso di autoefficacia e quindi per il suo mantenimento a lungo termine.

 

Bibliografia

Brownell KD. Personal responsibility and control over our bodies: When expectation exceeds reality. Health Psychology. 1991; 10, 303–310

Buehler R, Griffin D, Ross M. Exploring the “planning fallacy”: Why people underestimate their task completion times. Journal of Personality and Social Psychology. 1994; 67, 366–381.

Cochran W, Tesser A. The “what-the-hell effect”: Some effects of goal proximity and goal framing on performance. In LL Martin, A Tesser (Eds.). Striving and feeling: Interactions among goals, affect, and self-regulation. 1996 (pp. 99–120). Mahwah, NJ: Erlbaum.

Heatherton TF, Mahamedi F, Striepe M, Field AE, Keel P. A 10-year longitudinal study of body weight, dieting, and eating disorder symptoms. Journal of Abnormal Psychology. 1997; 106, 117–125.

Heatherton TF, Polivy J, Herman CP. Restraint, weight loss and variability of body weight. Journal of Abnormal Psychology. 1991; 100, 78–83.

Hohlstein LA, Smith GT, Atlas JG. An application of expectancy theory to eating disorders: Development and validation of measures of eating and dieting expectancies. 1998; Psychological Assessment, 10, 49–58.

Polivy J, Herman CP. If at First You Don’t Succeed. False Hopes of Self-Change. Am Psychol. 2002;57(9):677-89.

Polivy J. The false hope syndrome: unrealistic expectations of self-change. International Journal of Obesity. 2011; 25 (1): 80–S84.

Wenzlaff RM, Wegner DM. Thought suppression. AnnualReview of Psychology. 2000; 51, 59–91.

 

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Foto: gmast3r / 123rf.com

 

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