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IL VOLTO IMPERFETTO DELLA PERFEZIONE

“Avrei potuto fare di meglio”, “Sono indecisa, ho paura di fare la scelta sbagliata”, “Devo riuscirci per forza, altrimenti sarà un disastro”, “Sento che potrebbe volermi meno bene se fallissi”: quante volte abbiamo sentito o pronunciato frasi come queste? Cosa si può celare dietro di esse?

L’altezza imperfetta

Ognuno di noi, per direzionare la propria vita verso la realizzazione del sé, ha la tendenza a porsi degli obiettivi e delle mete. Talvolta questi traguardi sono alte vette da scalare, troppo impervie e faticose per le proprie possibilità. Ragionevolmente la scalata potrebbe essere vana e la vetta non raggiunta.

L’altezza di ciò che si richiede da se stessi, lo scarso contatto con la realtà, ovvero la distanza della meta rispetto alle effettive risorse di cui si dispone, sono tra le caratteristiche principali degli obiettivi che tendono a porsi le persone con una struttura di personalità perfezionistica. La possibilità pertanto di raggiungere questi obiettivi è estremamente ridotta.

Accade però che la maggior parte delle volte, quando la persona non riesce a raggiungere l’obiettivo posto, percepisca questo mancato “tiro al bersaglio” come un vero e proprio fallimento. Da ciò ne consegue spesso una forte svalutazione, non realmente fondata, della propria persona.

 

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Alla radice del perfezionismo?

Nelle più recenti concettualizzazioni, si teorizza l’esistenza di due dimensioni più ampie di perfezionismo: l’uno detto “positivo” e l’altro detto “negativo”.

Nella dimensione di perfezionismo “positivo” rientra principalmente la tendenza da parte della persona a porsi degli obiettivi e degli standard generalmente più alti della media, ad avere un certo senso organizzativo e di predilezione per l’ordine e la pulizia. La dimensione così detta “negativa”, invece, include aspetti come un’eccessiva preoccupazione per gli errori e dubbi circa le proprie azioni, per cui la persona tenderà a rimuginare troppo a lungo sui propri compiti prima di ritenerli ben fatti e definitivamente conclusi, si sentirà in difficoltà di fronte alle decisioni da prendere, titubando a lungo e spesso procrastinando, cioè rimandando e posticipando la scelta.

La dimensione del perfezionismo “negativo” include anche la tendenza a richiedere non solo alte prestazioni e obiettivi precisi da se stessi, ma anche il porre onerosi standard ed eccessive richieste alle persone per noi più importanti. Possiamo quindi immaginare quanto possa incidere questo aspetto nella sfera relazionale della persona, compromettendone una libera e serena evoluzione.

Ciò che più contraddistingue il perfezionismo “negativo” da un punto di vista relazionale è soprattutto avere la percezione che siano le persone che ci circondano a richiederci alte prestazioni e ad avere grandi aspettative su di noi. Questa percezione viene vissuta dalla persona “perfezionista” come una pressione urgente, da realizzare quanto prima e nel migliore dei modi, pena la perdita di affetto dalle persone coinvolte.

 

Essere ”perfezionista” è sempre di aiuto?

Tendere alla perfezione, pretesa da se stessi e/o dagli altri, non è sempre garanzia di benessere o, al contrario, condanna di non benessere. Il modo in cui queste caratteristiche possono combinarsi fra loro è comunque estremamente variabile e non rigidamente classificabile. Ad ogni modo, il perfezionismo “positivo” si tende a considerare non utile al benessere soggettivo quando è accompagnato dal così detto perfezionismo “negativo”.

È l’insieme, dunque, di queste due dimensioni, che sintetizzano una serie di caratteristiche intrapersonali e interpersonali, a gettare la persona in una condizione di malessere. Certamente non si può considerare il perfezionismo in toto come caratteristica negativa, ovvero i cui esiti sono necessariamente non funzionali per la persona “perfezionista”.

Sapersi porre degli obiettivi, pianificare le proprie azioni per il loro raggiungimento, essere tesi in avanti verso i propri scopi, sono comunque caratteristiche generalmente funzionali, in quanto aiutano la persona a realizzare se stessa nella vita. È il peso ed il valore che si attribuiscono a questi scopi ed obiettivi a cambiare, spesso e radicalmente, la prospettiva su di sé.

 

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