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KINTSUGI: RIPARARE È UN'ARTE

Il Kintsugi e l’arte giapponese di riparare le ceramiche con l’oro, mettendo in risalto le “cicatrici” invece di nasconderle. Questa arte è anche simbolo di resilienza e di un approccio alla vita che mira a far tesoro delle ferite e delle rotture invece di nasconderle.

In Giappone si ritiene che quando un vaso di ceramica si rompe, dopo la sua riparazione, sarà ancora più bello e prezioso di quando era integro e apparentemente “perfetto”. L’arte del Kintsugi ha una tradizione centenaria e si fonde con i principi del buddismo zen che ha reso molte pratiche di vita quotidiana fonte di meditazione e sviluppo interiore. E' anche simbolo di resilienza e di come si possa trarre forza dalle proprie ferite.

 

Le origini del kintsugi

Secondo la leggenda, la nascita del Kintsugi risalirebbe intorno al XV secolo, quando alcuni artigiani giapponesi, nel tentativo di riparare l’amata tazza da tè di Ashikaga Yoshimasa, allora comandante dell’esercito giapponese, si resero conto che sarebbe stato impossibile eseguire la riparazione nascondendo le crepe della ceramica. Inventarono allora un metodo apparentemente controintuitivo: utilizzare polvere d’oro per dare risalto e brillantezza a quei segni – invece di tentare di nasconderli – rendendo la tazza ancora più pregiata e, certamente, unica nel suo genere.

Questi i due messaggi simbolici più importanti del  Kintsugi: le “ferite” della nostra anima non solo sono ciò che ci rende più forti, ma sono anche ciò che ci rende unici

 

Kintsugi e cultura occidentale

Il mondo occidentale ha molto da imparare dal Kintsugi. Fin troppo spesso nella nostra cultura forza è sinonimo di perfezione, incorruttibilità, assenza di vulnerabilità. Si tende a nascondere le ferite o a voler eliminare stati d'animo negativi come la tristezza.

Nel diritto e nella medicina si parla di restituito in integrum o restituito ad integrum in merito al risarcimento di un danno o alla guarigione di un organo malato.   

In entrambi i casi il danno – giuridico o di malattia – viene riparato riportando la persona che lo ha subito alle condizioni dello stato precedente. Ma davvero è come se non fosse mai accaduto?

Questa concezione, al giorno d’oggi, non vale più in modo così certo neanche per la medicina che attualmente si trova ad intervenire sempre meno in acuzie e sempre più spesso su patologie croniche per le quali non è possibile pensare a una restaurazione allo stato premorboso.

Ma questo è ancora più vero in psicologiai traumi, le ferite, le problematiche della nostra psiche non sono equiparabili a meri incidenti di percorso, a “virus” che vadano estirpati per ritornare ad un qualche stato precedente. Le difficoltà della vita, le sofferenze della psiche, non si superano annullandole o nascondendole come se nulla fosse accaduto, ma imparando a trarre insegnamento da esse, lasciandosi trasformare dagli eventi e rendendo quelle ferite dei segnali di un cambiamento che può rendere la persona più forte e consapevole di prima.

 

Kintsugi: far tesoro delle esperienze

Far tesoro delle esperienze, comprese quelle difficili, così potremmo riassumere il significato simbolico del Kintsugi.

Pensandoci bene è la stessa etimologia della parola a suggerire il significato di cambiamento, mutamento di stato insito in ogni esperienza della vita. Il termine fa etimologicamente riferimento alla radice di “esperire” dal latino ex (da) e périor (tentare, penetrare, muoversi attraverso) e sembra suggerire che colui che ha fatto esperienza di qualcosa ha attraversato gli eventi, si è lasciato toccare e cambiare da essi, non è rimasto uguale a sé stesso, non è più – in grande o minima parte – la stessa persona di prima.

Nessuna restituito ad integrum dunque; quello che ci accade nella vita può romperci o renderci più forti ma in nessun caso ci lascerà mai realmente indifferenti, in nessun caso resteremo mai le stesse persone di prima. Quando pensiamo che gli eventi non ci tocchino o che affidandoci ad una qualche soluzione pratica abbiamo annullato il problema si tratta quasi sempre di una mera illusione: abbiamo solo nascosto le crepe senza valorizzarle, senza consentirci di vederle e imparare da esse.

 

Kintsugi e psicoterapia

Disordini psicosomatici, disturbi alimentari, nuove e vecchie dipendenze… Sono solo alcuni esempi dei modi in cui la mente umana può nascondere la propria sofferenza a sé stessa nel tentativo di anestetizzarsi dal dolore psichico e di spostare il problema su un qualcosa di concreto, tangibile e per questo sentito come più facilmente governabile: la malattia somatica (la vecchia restituito ad integrum in medicina ricordate?), il peso corporeo, le perdite/vincite al gioco d’azzardo e così via…

In questi casi, senza rendersene naturalmente conto, si sta operando come i primi restauratori che tentarono di riparare la tazza da tè di Ashikaga Yoshimasa: più tentavano di nascondere le crepe, di coprire le cicatrici del danno e peggiore era il risultato. Solo riconoscendo e valorizzando le nostre ferite possiamo renderle strumenti di forza; diversamente, i tentativi “sintomatologici” che la mente adotta per nasconderle/camuffarle con altro limiteranno la nostra vita e l’espressione di noi stessi rendendoci sempre più fragili.

In questo senso la psicoterapia può essere metaforicamente rappresentata dall’arte del Kintsugi, ma non lasciatevi ingannare dalla storia di Ashikaga Yoshimasa e del restauratore che mise polvere d’oro nella sua tazza rotta: quel restauratore siete voi stessi, è lì da qualche parte dentro di voi e una volta che lo avrete incontrato le ferite che potrà infliggervi la vita potranno certo ancora farvi soffrire, ma non avranno il potere di lasciarvi andare in mille pezzi… A questo serve la psicoterapia: a trovare se stessi scoprendo il proprio potenziale di autoguarigione.

“Non permettere alle tue ferite di trasformarti in qualcuno che non sei.”

 (Paulo Coelho)

 

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Foto: liataka / 123rf.com

 

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