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PAREIDOLIA, VEDERE FACCE NELLE ALTRE FORME

Volti umani nelle nuvole, forme nella schiuma del cappuccino, suoni terrificanti nello squilli del telefono. Questo e molto alto sono un esito di processi cognitivi ed emotivi che danno vita alla Pareidolia.

A tutti, forse da bambini ma anche più tardi, sarà capitato di giocare alla ricerca di forme, animali, volti o oggetti, nelle nuvole, o attribuire una forma ad un oggetto informe o ancora scovare un’immagine nella schiuma del cappuccino. Questi solo alcuni degli esempi di un fenomeno comune all’essere umano definito dalla scienza Pareidolia.

 

Pareidolia: definizione

La Pareidolia è un processo cognitivo che consiste nell’attribuire una forma definita e riconoscibile (spesso un volto) ad uno stimolo vago, indefinito e casuale.

Non è un fenomeno patologico ma una distorsione percettiva normale ovvero una percezione erronea di uno stimolo esterno, accessibile ai nostri organi di senso, rappresentandolo diversamente da quello che ci si aspetta.

Possiamo definirla come il risultato di un’attività produttiva della mente legata alla percezione degli oggetti e alla tendenza a rappresentare il mondo esterno utilizzando schemi mentali di figure già note e presenti nella mente. Lo scopo è mantenere una certa costanza nella percezione della realtà e attribuire un significato a quanto ci circonda.

La pareidolia interessa sia la percezione visiva con la rappresentazione solitamente di volti, immagini religiose (come il volto di Gesù o della Madonna), animali, figure fantasiose ed extraterrestri sia quella uditiva che si manifesta nella percezione di suoni anomali in normali squilli telefonici, nel sentire messaggi satanici nella riproduzione inversa di brani musicali e tanto altro.

Per questo e altri motivi spesso è stata associata ad un fenomeno paranormale e mistico che però ha una natura neurale, un significato psicologico e di sopravvivenza.

 

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Pareidolia: perché il volto umano

L’immagine maggiormente vista è quella del volto umano. La spiegazione ha base nel naturale sviluppo della capacità di discriminare volti umani da altre figure, fin dai primi mesi di vita, per garantire la sopravvivenza. Non a caso l’uomo possiede un’area specifica per l’identificazione dei volti (Face Fusiform area).

In uno studio (Yuji Nihei et al.) si afferma che la percezione del volto umano è il risultato di un processo cognitivo fondamentale che si articola in tre fasi: identificazione approssimativa dell’oggetto, distinzione delle parti nella struttura a T (occhi, naso, bocca) e del contorno e infine riconoscimento delle differenze individuali.

Dall’analisi del funzionamento cerebrale si osserva che l’identificazione di volti umani in altri oggetti avviene in modo molto rapido (circa 100 millisecondi), e non dipende dal reale riconoscimento degli oggetti.

Quindi se da un lato questo è disfunzionale per l’identificazione corretta degli stimoli nella realtà, dall’altra risponde al bisogno fisiologico e di sopravvivenza di distinguere un “volto” da un “non volto”. Quindi nella pratica quotidiana e nello sviluppo della specie a interagire con i nostri simili e allontanare stimoli avversi o pericolosi.

 

Pareidolia: differenze individuali

Non tutti gli individui hanno lo stesso livello di pareidolia. Molte volte infatti capita di dover guidare l’altro all’identificazione della figura, con non poca difficoltà.

Le motivazioni sono molteplici.

Innanzi tutti la percezione è influenzata dalla motivazione, dalle credenze, dal livello di immaginazione e creatività e dalla suggestionabilità. Soggetti credenti infatti sono maggiormente propensi a vedere volti religiosi in elementi casuali e chi crede nel paranormale tende maggiormente a vedere immagini illusorie in forme astratte e casuali.

Le donne inoltre risultano maggiormente propense rispetto agli uomini a vedere volti umani in altri oggetti. Questo avviene perché, dopo una prima codifica dello stimolo sensoriale analoga agli uomini, nelle donne si attivano in modo più marcato aree cerebrali che identificano espressioni facciali ed emozioni.

La risposta maggiore a stimoli sociali (pianto bambino, espressioni facciali, mimica corporea ed interazioni sociali) genera nelle donne un interesse più marcato per i volti rispetto ad altri oggetti, vedendoli anche quando non ci sono realmente.

Infine alcune ricerche hanno sottolineato il ruolo delle caratteristiche di personalità e dell’emotività nella Pareidolia, rilevando una connessione abbastanza forte. Kitagawa e il suo team riportano che individui con più alti livelli di “nevroticismo” ed emotività negativa sono più propensi a sperimentare Pareidolia di altri.

Tuttavia seppur le ricerche dimostrano maggiore prepensione di alcuni individui rispetto ad altri, non bisogna dimenticare la soggettività di ognuno, il ruolo che lo stato d’animo e del livello di immaginazione, nonché le esperienze passate.

 

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Foto: durktalsma / 123RF Archivio Fotografico

 

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